Girolamo Siciolante da Sermoneta: La pala di Valvisciolo

Girolamo Siciolante da Sermoneta, Pala di Valvisciolo, 1541, Sermoneta (Latina), Castello Caetani, sala del Cardinale

Sermoneta, straordinario borgo medioevale nel cuore dei monti lepini in provincia di Latina che oggi porta la denominazione di città d’arte, nasconde al suo interno autentici tesori degni di nota, oltre che storie legate ad artisti provenienti dall’area dei monti lepini ed in particolar modo legati a questo straordinario borgo. Tra di essi, spicca il nome di Girolamo Siciolante che nel borgo lepino ebbe i natali nel 1521, un anno dopo la morte di Raffaello e anno in cui a Firenze operavano Perin del Vaga, Rosso Fiorentino e Pontorno, dando il via ad un processo di toscanizzazione dell’arte romana cinquecentesca, come ha giustamente indicato lo storico dell’arte Vincenzo Scozzarella nel sul articolo “Girolamo Siciolante La pala di Valvisciolo”, reperibile sul sito https://www.compagniadeilepini.it/girolamo-siciolante-la-pala-di-valvisciolo/.

L’opera di cui ci occuperemo in questo studio è la Pala di Valvisciolo, straordinario capolavoro manierista del pittore sermonetano, realizzata per la chiesa dell’abbazia cistercense di valvisciolo a Sermoneta. L’originaria collocazione della pala è testimoniata da Giorgio Vasari nelle vite dei più eccellenti pittori, scultori ed architetti e dallo storico sermonetano Pietro Pantanelli. Scrive il Vasari “Vive anco in Roma, e certo è molto eccellente nella sua professione, Girolamo Siciolante da Sermoneta […]. Fra le prime opere adunque, che costui fece da sé, fu una tavola alta dodici palmi che egli fece a olio, di venti anni, la quale è oggi nella badia di S. Stefano vicino alla terra di Sermoneta sua patria, nella quale sono quanto il vivo S. Pietro, S. Stefano e Giovanni Batista con certi putti” (Vasari Le Vite, [1568] Firenze 1932, vol. VII, p. 107). Pietro Pantanelli, riprendendo in parte il Vasari come fonte, ci dice a riguardo “La bella tavola dell’altar maggior è opera del nostro Girolamo Siciolante, dipinta nel 1541, in età di 20 anni, la quale la prima ch’egli diede alla luce; e rappresenta la beata Vergine in mezzo sedente col Bambino in seno, il bellissimo san Giovanni Battista fanciullo a’ piedi, san Pietro a destra, il protomartire Stefano a sinistra, due angioli che sostengono in panno in aria, et alcune graziose vedute di paesi in lontananza” (Pantanelli, Notizie istoriche e sacre e profane appartenenti alla terra di Sermoneta, manoscritto del 1766, Roma 1909, p. 227).

L’opera, secondo quanto riportato da Gelasio Caetani nella sua opera Domus Caietana venne portata in seguito dall’abbazia di Valvisciolo nel palazzo di famiglia a Roma in quanto i diritti dell’abbazia di valvisciolo, vennero ceduto nel XIXo sec. a papa Pio XIX (Caetani, Domus Caietana, Sancasciano Val di Pesa, 1933, vol. II, p. 55).

La pala di valvisciolo è considerata una delle opere giovanili del maestro sermonetano ma allo stesso tempo è considerata tra le più importanti opere del Siciolante a tal punto che Federico Zeri, prima e Hunter successivamente, suggerirono di riservare all’artista un’attenzione più ampia rispetto ad altri.

La tavola presenta il classico schema delle sacre conversazioni, in cui l’architettura gioca un ruolo fondamentale. A far da scenografia vi è un abside ai cui lati si aprono due vedute che ricordano il paesaggio lepino, terra cara al Siciolante, mentre due putti sollevano dei tendaggi di colore verde, colore che nella tradizione cristiana è simbolo della speranza, della vita che rinasce e della promessa divina. Al centro della scena abbiamo la Madonna con in braccio il Bambino che si erge dritto sul ginocchio della madre in atto di benedire, ed è indicato dal San Giovannino come nell’iconografia tradizionale del Battista. Ai lati della Vergine abbiamo San Pietro e Santo Stefano. La loro presenta è dovuta al fatto che l’abbazia cistercense di valvisciolo è intitolata al principe degli apostoli e al santo protomartire che qui vengono raffigurati con i loro tipici attributi inconografici ossia le chiavi del paradiso per San Pietro e la pietra per santo Stefano in quanto il suo martirio avvenne per lapidazione. La pietra inoltre, richiama anche una leggenda legata alla nascita del protomartire: una donna di nome Stefania non riusciva ad avere figli. Quando seppe della nascita di Gesù a Betlemme, volle recarsi alla grotta della Natività per vederlo, ma all’epoca era vietato alle donne che non avevano figli di avvicinarsi alla mangiatoia. Per eludere il divieto, Stefania prese una grossa pietra e la avvolse in uno scialle o in fasce simulando un neonato tra le braccia. Giunta al cospetto della Vergine, la Madonna le chiese di mostrare e cullare il “bambino”. Nel momento in cui Stefania aprì lo scialle, la pietra si trasformò miracolosamente in un bambino in carne e ossa: quel bambino sarebbe diventato Stefano, il primo martire della cristianità.

Tornando alla pala di Valvisciolo, è possibile notare in alcuni punti, come ad esempio nel modo di ergersi del Bambino benedicente, un riferimento a Perin del Vaga, del quale Girolamo Siciolante era stato allievo a Roma. Questo riferimento è riscontrabile nella Madonna col Bambino attribuita a Perin del Vaga, databile circa al 1535 e oggi conservata a Roma nel palazzo Montecitorio.

Perin del vaga, Madonna col Bambino, 1535 ca, Roma, palazzo Montecitorio

Con la pala di Valvisciolo, la storia dell’arte italiana ci fornisce un racconto straordinario, quello di Girolamo Siciolante da Sermoneta, un artista che attraverso la sua opera ha saputo dare lustro ad un territorio che da sempre ha esercitato e continua ad esercitare fascino attraverso le opere del maestro e gli scrigni d’arte in esso conservati.

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