Draghi, Reichlin, Scandizzo e la lezione delle formiche adulte

La rivoluzione ed il dibattito sui temi dell’economia dello sviluppo sono appena cominciati.

Rileggiamo Sant’Agostino o San Benedetto?
La fragilità ed il coraggio di cui parla Papa Francesco su quali classi dirigenti si poggeranno nei prossimi trent’anni?

di Pasquale Persico

Verso il secolo XIII nessun Paese si trovava nelle condizioni commerciali e industriali così vantaggiose come l’Italia. I barbari non erano riusciti a distruggere la vecchia cultura romana poggiata sulla civiltà greca. Le arti e le industrie erano in vitalità crescente insieme alle municipalità. I collegamenti marittimi e la vicinanza dell’Asia minore  e dell’Africa  assicuravano notevoli vantaggi nel commercio con l’Oriente (il mondo si allora). La storia dimostrava ancora una volta che libertà e industria  sono indivisibili  e spesso vi è alternanza. Per la sua storia in Italia, la libertà si afferma prima dell’industria. Se la libertà issa la sua bandiera, è segno sicuro che, prima o poi, sorgerà anche la nuova industria manifatturiera. Questo accade perché non c’e niente di più  naturale che cercare le garanzie per conservare, ma anche sviluppare, la ricchezza materiale ed immateriale (intellettuale), una volta che vi sia la consapevolezza del loro valore. Per la prima volta, dopo la decadenza delle città appena vissuta in passato, in Italia vi è nuovamente la prospettiva  che i centri offrano al mondo l’aspetto di  una società amante delle libertà e proiettata verso la prosperità. Città e paesaggi  gareggiano per una civiltà nuova in un mondo che allarga il suo commercio. L’Italia diviene, così, propagandista del commercio mondiale in sviluppo. Il richiamo, scritto, appena riportato, al pensiero di Friedrich List è il tentativo di introdurre elementi di una visione dello sviluppo non lontano dall’analisi storica, un approccio pionieristico a quella che, poi, sarà l’economia dello sviluppo protagonista del rinascimento italiano.

La riflessione che viene naturale fare è: come mai a pochi mesi dal rinnovo delle elezioni amministrative delle maggiori aggregazioni amministrative italiane, le città metropolitane e le reti di città medie, il cosiddetto paesaggio-Italia,  ha abbandonato il linguaggio dell’economista precursore della scuola storica? Quella storia economica ha fatto luce sulle grandi disuguaglianze del mondo, descrivendo le altre economie di quel tempo. Oggi il  linguaggio del governo e quello degli economisti, fa riferimento ad un modello macro delle nazioni, dove si esce dalla storia dei territori e si diventa portatori di relazioni virtuose tra variabili chiave: investimenti, consumo, esportazioni  e reddito da connettere ad altra occupazione, popolazione attiva, ricchezza e povertà.

L’economia dello sviluppo si allontana dalla sua caratteristica vitale: passare dall’economia delle nazione alla visione di una politica economica del continente (il mondo al tempo di List)

Oggi, la sottolineatura dell’economista Lucrezia Reichlin, riferita alla visione lunga del governo Draghi, è un esempio della dominanza di questo linguaggio nella comunicazione sul futuro delle economie del mondo. Si affermano principi cinematici chiave: i sostegni  dello Stato all’economia, si afferma,  devono andare oltre le misure anti-Covid temporanee, per sostenere una trasformazione che metta il Pil e l’occupazione su una traiettoria di crescita strutturale più sostenuta. Le variabili chiave del Recovery Fund del governo in approvazione  vengono evidenziate: la nota del Mef, molto ben fatta  e trasparente (Rehiclin si riferisce alla tipologia di modello relazionale tra le variabili), indica uno scenario programmatico che vede la diminuzione del deficit pubblico a partire dal 2022 e poi una graduale diminuzione del debito pubblico; questa previsione è, seppure ottimistica, credibile sull’andamento del Pil e dei tassi di interesse). Prende forma anche un ragionamento istituzionale: bisogna far partire anche il ragionamento sull’Europa che verrà per consolidare lo sguardo lungo che ci serve.

Per rimettere in campo un approccio storico istituzionale connesso a List, possiamo riprendere alcune considerazioni del Prof. Pasquale Lucio Scandizzo, ascoltate a commento della presentazione del programma del ministro Giovannini relativo al futuro ruolo delle infrastrutture.

Il Prof Scandizzo fa un ragionamento diverso: se guardiamo all’evoluzione dell’economia dello sviluppo, dobbiamo usare un approccio ancora più ampio, per passare dalla nostra eredità storica alla nuova storia di sviluppo potenziale; in sostanza l’approccio List  che parte dalla storia non può essere trascurato e vi deve essere una metamorfosi profonda anche del modo in cui oggi gli economisti dello sviluppo trattano i temi della disuguaglianza e l’accesso ai diritti fondamentali garantiti dalla nuova politica economica a sfondo keynesiano.

Facciamo un esempio parallelo in merito al ragionamento sulla complessità,  con il supporto della genetica. Fino a qualche anno fa si credeva che l’unità ereditaria fondamentale, ovvero il gene, venisse regolato per la sua attivazione o repressione solo durante lo sviluppo embrionale. Adesso, invece, sappiamo che può cambiare anche nei neuroni maturi, dimostrando che ci sono segnali cellulari diretti dagli stimoli ambientali. Nell’uomo i fattori ambientali che possono influire sullo stato epigenetico possono essere divisi in alimentazione, ambiente, economia,  istituzioni  socio-economiche, trattamenti farmacologici e abitudini di vita. Per connettere il pensiero di Scandizzo al modello che parla solo di relazioni tra variabili,  è bene citare uno studio sulle formiche laboriose. Uno studio sociobiologico sulle formiche appartenenti a diverse caste descrive  il come le formiche che appartengono alla casta degli adulti dirigenti possono accedere al comportamento tipico delle formiche operaie (meno disuguaglianze e più lavoro non gerarchico).

Questo cambiamento è, però,  influenzabile dall’età: la somministrazione della sostanza a formiche già adulte non provoca alcuna alterazione del comportamento. L’analisi delle relazioni tra variabili, non deve, pertanto, essere limitata alla sola analisi del contesto astratto delle relazioni tra variabili, ma dovrà fare riferimento anche alla situazione sociale, guardando oltre l’attuale momento critico dell’economia dello sviluppo.

Per Scandizzo, la difficoltà dei sistemi di sviluppare una equa distribuzione dei beni pubblici dipende dalla velocità dell’integrazione economica (connessioni moltiplicate) e non si riesce a dare alla produzione e distribuzione dei beni pubblici un orientamento efficace verso la produttività totale delle nazioni. Diventa centrale l’analisi ex ante delle strategie economiche e queste devono attingere ad altre discipline per vestire bene il modello operativo; c’è bisogno di una percezione più profonda delle incertezze,  il modello di governance è più importante del modello poggiato sulle misure del cambiamento.

La mia conclusione è più “cruda” e immediata:  se le formiche adulte, per l’Italia, sono le portatrici del valore aggiunto della politica, quale sarà il loro comportamento tipico? Che fine farà lo sguardo lungo di cui parla l’economista illuminata dalle migliori scuole di economia neo-keynesiana? 

Rileggiamo Sant’Agostino  o San Benedetto? La fragilità ed  il coraggio di cui parla Papa Francesco su quali classi dirigenti andrà poggiata nei prossimi trenta anni? La rivoluzione ed il dibattito sui temi dell’economia dello sviluppo sono appena cominciati e ripartire da List e dalle sue analisi sullo stato dell’Europa farebbe bene a molti.

Prof. Pasquale Persico

 

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