L’iconografia della Natività nell’arte lucana tra il XVI e il XVII secolo

di Marco Tedesco, Storico dell’arte RAM Rinascita Artistica del Mezzogiorno

La Basilicata è una regione ricca di storia, di cultura e di arte. Il suo patrimonio storico, archeologico ed artistico scrive da solo una importante pagina della storia artistica italiana. A Matera e nella sola provincia di Potenza, esistono tanti piccoli angoli e borghi che da soli raccontano capitoli interi di storia pittorica e scultorea italiana sconosciuta ai più, che portano la firma di importantissimi maestri del Cinquecento e del Seicento lucano, che rispondono ai nomi di Altobello Persio, Giovanni e Girolamo Todisco, grandi esponenti del Cinquecento, del Seicento e del Settecento lucano. In questo contesto storico artistico, gioca un ruolo importante la raffigurazione iconografica della Natività di Cristo il cui racconto viene interpretato da molti artisti lucani tra cui lo scultore cinquecentesco Altobello Persio e dai pittori Giovanni e Girolamo Todisco nel Cinquecento e nel Seicento.

Altobello Persio, Presepe in pietra policroma, 1534, Matera, Cattedrale

ltobello Persio e Sannazaro d’Alessano, Presepe in pietra policroma, 1534, Matera, Cattedrale

In scultura, il racconto della Natività di Cristo viene proposto dallo scultore Altobello Persio, il quale nel 1534 scolpisce, insieme a Sannazaro da Alessano suo maestro, un monumentale presepe in pietra policroma nella cappella un tempo intitolata a San Nicola di Myra nella cattedrale di Matera, la cui struttura si ispira morfologicamente all’ambiente circostante e richiama lo stile compositivo dei presepi monumentali pugliesi cinquecenteschi in cui il centro della scena è guadagnato in tutto dalla rappresentazione della Natività, che avviene all’interno di una grotta scavata nella roccia, in cui è posta la Sacra Famiglia, il bue, l’asino ed alcuni angeli suonatori ognuno con un proprio strumento: ghironda, flauto, salterio, tamburello, chitarrina, lira e viola. Nella parte sovrastante la natività abbiamo invece la presenza di pastori intenti a far la guardia al loro gregge. Uno di essi è seduto ed è intento a suonare una zampogna a due canne, strumento principe della società agropastorale dell’Italia meridionale. Gli angeli musicanti e il pastore suonatore di zampogna, fanno immaginare che la musica sia la vera protagonista di questo presepe, una musica di livello celestiale e terreno allo stesso tempo che diventa espressione di sentimenti di gioia per il compimento del mistero di Dio che si è fatto uomo.

Altobello Persio, Presepe in pietra policroma, Matera, Cattedrale, part. del suonatore di zampogna

obello Persio e Sannazaro da Alessano, Presepe in pietra policroma, 1534, Matera, Cattedrale, part. del suonatore di zampogna

Sulla sommità della collina, poco distante dalle figure dei pastori, si snoda il viaggio dei Magi, diretti verso l’antro della natività e sullo sfondo un castello, la cui iconografia ricorda la dimora di Erode, identificato dagli studiosi come il castello Tramontano, dal nome del conte Gian Carlo Tramontano, il quale durante il regno aragonese ottenne la contea di Matera, dando il via ad un periodo di oppressione e di tirannia per la storia della contea di Matera, a tal punto da essere associato alla figura di Erode.

Il viaggio nell’iconografia della Natività nell’arte lucana si riscontra in ambito pittorico a partire dal Cinquecento nell’opera di Giovanni Todisco. Accompagnati dalla sua maestria, ci rechiamo a Laurenzana, in provincia di Potenza ed entriamo nei meandri del convento francescano dedicato a Santa Maria ad Nives edificato alla fine del secolo XV dai frati minori osservanti. In questo luogo, agiva nel corso del Cinquecento il pittore Giovanni Todisco di Abriola, straordinario pittore che lasciò una significativa impronta nella storia artistica lucana e che agì in un contesto storico artistico caratterizzato dalla presenza in Basilicata di Giovanni Luce da Eboli, Simone da Firenze e Nicola da Nova Siri, attivi nell’attuale provincia di Potenza, ai quali Todisco guarda nella sua produzione artistica.

 

Giovanni Todisco, Natività con i Ss. Francesco d'Assisi e Antonio da Padova, XVI sec., Laurenzana (Potenza) corrituretto del convento di Santa Maria ad NIves

Giovanni Todisco, Natività con i Ss. Francesco d’Assisi e Antonio da Padova, XVI sec., Laurenzana (Potenza) corrituretto del convento di Santa Maria ad NIves

Nella chiesa del convento francescano di Santa Maria ad Nives di Laurenzana, Todisco ha lasciato una forte impronta della sua maestria, affrescando episodi della vita di Cristo tra cui la maestosa Natività, affiancata dai correlati episodi evangelici dell’Annuncio ai pastori e il viaggio degli stessi e dei Magi verso la stalla in cui la Sacra Famiglia si trova, alla quale o pastori accedono attraversando un’apertura a tutto sesto. Il Bambino non giace in una mangiatoia come indicano i Vangeli ma su un tronco d’albero tagliato e modellato come una culla. È una raffigurazione allegorica dell’albero della vita, che nella tradizione cristiana simboleggia la croce di Cristo ed è quindi da leggere qui la presenza dell’albero tagliato come una prefigurazione della passione di Cristo e ci riporta il prefazio che ancora oggi si legge nella liturgia dell’Esaltazione della Santa Croce “Nell’albero della Croce Tu hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita”.

Giovanni Todisco, Viaggio dei Magi, Laurenzana, corrituretto del convento di Santa Maria ad Nives, foto di Domenico Iula, inviata da Andrea Lettini_

Giovanni Todisco, Viaggio dei Magi, Laurenzana, corrituretto del convento di Santa Maria ad Nives, foto di Domenico Iula, inviata da Andrea Lettini

A sinistra dell’osservatore, la scena della Natività è affiancata dall’annuncio ai pastori, in cui il pittore ci mostra uno spazio all’aperto caratterizzato da un ampio spazio in cui un gregge di pecore pascola liberamente mentre in lontananza un lupo ed un agnello lottano tra loro, raffigurazione allegorica della lotta tra il bene e il male che si compirà con il trionfo del Bene attraverso la morte e resurrezione di Cristo. In primo piano un pastore è seduto con lo sguardo rivolto verso l’angelo che annuncia la venuta del Redentore e un pastore si reca verso il luogo in cui si trova la Sacra Famiglia, suonando una zampogna, tipico strumento musicale legato al mondo agropastorale dell’Italia meridionale, collegato alla festività del Natale, occasione nella quale si può ancora ascoltare in alcuni paesi del mezzogiorno d’Italia in occasione di rituali come la novena natalizia, pratica che ancora oggi è possibile ammirare in alcune zone dell’Italia meridionale sia nelle chiese che nelle case. Questo aspetto ci fa capire che in Basilicata, cosi come nel resto dell’Italia meridionale, la produzione artigianale legata alla realizzazione di questo strumento abbia origini che si perdono nella notte dei tempi e che nel XVI secolo, tale strumento già aveva iniziato a prendere la forma attuale con l’aggiunta di un otre in pelle di capra che funge da serbatoio d’aria, la quale fuoriesce attraverso l’apertura e l’occlusione dei fori sulle due canne che qui compongono lo strumento, il quale così raffigurato lo si riscontra anche nel presepe di Matera di Altobello Persio e Sannazaro di Alessano di cui abbiamo parlato precedentemente.

Giovanni Todisco, Annuncio ai pastori e suonatore di zampogna, XVI sec. Laurenzana, corrituretto del convento di Santa Maria ad Nives, foto di Domenico Iula, inviata da Andrea Lettini

Giovanni Todisco, Annuncio ai pastori e suonatore di zampogna, XVI sec. Laurenzana, corrituretto del convento di Santa Maria ad Nives, foto di Domenico Iula, inviata da Andrea Lettini

Ciò lascia intendere che Giovanni Todisco era un artista capace di raccontare il territorio in cui ha vissuto, raccontandone anche le tradizioni folkloristiche ed etnomusicali che ancora oggi caratterizzano il meridione d’Italia ed in particolar modo la Basilicata, in cui il suono delle zampogne è possibile ascoltarlo ancora oggi anche in occasioni di pellegrinaggio legate al culto della Vergine Maria come ad esempio la Madonna di Viggiano, proclamata da Paolo VI Regina delle genti lucane e la Madonna delle Nevi del Monte Sirino, il cui culto è ancora oggi molto sentito nella città di Lagonegro.

Ancora Giovanni Todisco, ci propone un’iconografia della Natività nella serie di affreschi del 1559 commissionati dai coniugi Muccio e Guglielma Cagnone per la chiesa di Santa Maria ad Anzi nella provincia di Potenza in cui notiamo al centro della scena la sacra Famiglia appena giunta a Betlemme con un San Giuseppe stremato e addormentato dopo il lungo viaggio da Nazareth a Betlemme e nel mentre la Vergine contempla orante il Bambino appena nato. Dietro di loro, vi è una bisaccia poggiata ad un palo di legno che sorregge la struttura di una stalla, davanti alla quale il bue e l’asino sono in adorazione del Bambino, elemento iconografico che ricorda le parole del profeta Isaia “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende” (Isaia, 1-6). Anche in questo caso, come nel caso dell’affresco del corrituretto del convento di Santa Maria ad Nives di Laurenzana, Giovanni Todisco inserisce un suonatore di zampogna che qui compare in lontananza e guarda verso il cielo, in cui sono apparsi gli angeli per annunciare la nascita di Cristo ai pastori. Il tutto avviene, sia nel caso dell’affresco laurenzanese e sia nel casi di Anzi, all’interno di una veduta di paesaggio che può essere tipicamente lucano a testimonianza che attraverso la sua pittura, Giovanni Todisco ha contribuito alla valorizzazione del territorio lucano cinquecentesco, osservandone la realtà cosi come essa gli appariva agli occhi, poggiando l’accento anche sulle tradizioni etnomusicali del territorio lucano.

Giovanni Todisco, Natività, 1559, Anzi, chiesa di Santa Maria

Giovanni Todisco, Natività, 1559, Anzi, chiesa di Santa Maria

Bisogna ora ritornare a Laurenzana per proseguire il racconto della Natività attraverso l’arte lucana tra Cinque e Seicento. Lo facciamo ancora con un Todisco ma questa volta parliamo di Girolamo Todisco, attivo in Basilicata nei primi anni del XVII secolo, il quale ci presenta un episodio correlato al racconto della Natività, ossia l’Adorazione dei pastori.

Girolamo Todisco è, insieme al suo predecessore e forse padre Giovanni, è uno dei nomi più importanti della storia della pittura lucana. Lo è in particolar modo per quanto riguarda la cultura figurativa pittorica lucana degli inizi del XVII secolo, anni in cui Girolamo Todisco era molto attivo in Basilicata. In quegli anni, la cultura artistica lucana si aprì, grazie ad una folta committenza locale, ad un interesse verso espressioni artistiche che mirano meno alle tendenze intellettualistiche  e più ad una ricerca del naturalismo delle cose, riscontrabile nella pittura napoletana seicentesca, caratterizzata dalla forte irruzione del naturalismo importata da Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

L’opera di Girolamo Todisco che qui viene presentata è l’Adorazione dei Pastori della chiesa madre dell’Assunta di Laurenzana, oggi nella cappella del SS. Sacramento ma un tempo conservata nella cappella della Natività che i documenti riportano nel XVIII secolo sotto il patronato della Famiglia D’Alessandro. Questo aspetto è confermato da alcuni documenti conservati presso l’archivio diocesano di Acerenza riportati da Mauro Vincenzo Fontana, i quali confermano che l’altare della Natività, di cui l’Adorazione dei pastori di Girolamo Todisco dovette forse costituire la cona, risultava patrocinato dalla famiglia D’Alessandro. Si legge infatti in tale documento “Altare Nativitatis D.(omini) N.(ostri) I.(esu) C.(hristi) de jure patronatus familiae Alesandri” (Mauro Vincenzo Fontana, Da Girolamo Todisco a Cesare Scerra. Ovvero gli “scricchiolii discreti” della pittura riformata a Laurenzana, in AA. VV., Laurenzana studi e ricerche, a cura di Elisa Canfora e Mauro Vincenzo Fontana, Claudio Grenzi Editore, 2018, p. 47).

Girolamo Todisco, Adorazione dei pastori, 1606, Laurenzana, chiesa madre di Santa Maria Assunta

Girolamo Todisco, Adorazione dei pastori, 1606, Laurenzana, chiesa madre di Santa Maria Assunta

L’Adorazione dei Pastori di Laurenzana, riporta la datazione 1606, ed è stato possibile ascriverla a Girolamo Todisco grazie alla firma che compare sulla tela. La data 1606, conferma tale ipotesi a tal punto da permettere agli studiosi di inserire questa Adorazione dei pastori nella prima maturità artistica di Girolamo Todisco. Maturità che egli raggiunse nei primi decenni del Seicento, periodo in cui la sua attività era molto florida in Basilicata. Risalgono a quegli anni infatti gli affreschi della chiesa di Santa Maria degli Angeli a Calvello del 1616 e dello stesso anno la Ricognizione del corpo di San Francesco e l’inserto con San Carlo Borromeo nel convento francescano di Miglionico, opere postume all’Adorazione dei pastori della chiesa madre di Laurenzana.

L’Adorazione dei Pastori di Girolamo Todisco qui presa in esame è ambientata all’interno di un paesaggio nel quale scorgiamo un fiume e sullo sfondo una catena montuosa in lontananza la cui prospettiva alimentata ancora di più dal sapiente uso del colore, al di la del ponte sulla quale appare una scia luminosa che fa pensare all’anticipo di tutto il racconto evangelico qui raffigurato: l’annuncio ai pastori della nascita di Cristo da parte dell’angelo, le cui parole si traducono nella scena centrale del dipinto “oggi nella città di Davide è nato un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno, troverete un bambino in fasce che giace in una mangiatoia” (Vangelo di Luca, cap. 2, vers. 8-20).

Al centro della scena, alcuni pastori sono giunti presso la mangiatoia e sono divisi in gruppi di due. In ogni gruppo le figure sembra che stiano discutendo tra loro indicando il Bambino e contemplando il mistero di Dio che si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi.

Alle spalle della Vergine che si accinge a prendere in braccio il Bambino, assistiamo ad un altro tipo di dialogo: quello tra l’angelo e San Giuseppe, che ci rimanda all’apparizione dell’angelo in sogno a Giuseppe raccontata nel vangelo di Matteo. L’angelo indica a Giuseppe la Vergine e il Bambino e sembra gli stia dicendo “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua moglie, perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai peccati” (Vangelo di Matteo, cap. 1, vers. 18-21).

San Giuseppe, risponde a questa chiamata divina attraverso l’indicare se stesso. Un gesto che ci ricorda un’altra celebre risposta ad un altra chiamata divina, ossia quella proposta da Michelangelo Merisi detto il Caravaggio nella figura di San Matteo nella celebre Vocazione di San Matteo della cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma. Ma non è l’unico richiamo al Caravaggio che troviamo in questo dipinto di Girolamo Todisco: difatti nel pastore inginocchiato raffigurato di spalle e con i calzoni color verde bianco e rosso, notiamo una ispirazione al personaggio raffigurato di spalle nella Natività con i Santi Lorenzo e Francesco, commissionata al Caravaggio nel 1600 per l’oratorio della chiesa di San Lorenzo a Palermo, oggi rubata e non ancora ritrovata, forse dal commerciante Fabio Nuti che aveva rapporti con l’oratorio palermitano. Tesi formulata dal Moir ed accolta da molti autorevoli studiosi tra cui il compianto Maurizio Calvesi, Vittorio Sgarbi e Nicola Spinosa. Lo stesso personaggio, racchiude in se un altro elemento che ricorda la pittura del Caravaggio: i piedi sporchi in primo piano che ci riportano alla mente le figure dei pellegrini inginocchiati davanti alla Vergine nella Madonna dei pellegrini della chiesa romana di Sant’Agostino in Campo Marzio, eseguita dal Caravaggio tra il 1604 e il 1606 per la cappella Cavalletti.

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MIchelangelo Merisi detto il Caravaggio, Vocazione di San Matteo, 1599, Roma, chiesa di San Luigi dei Francesi, cappella Contarelli

MIchelangelo Merisi detto il Caravaggio, Vocazione di San Matteo, 1599, Roma, chiesa di San Luigi dei Francesi, cappella Contarelli

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Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, Natività, 1600, già oratorio di San Lorenzo, Palermo

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, Natività con i Ss. Lorenzo e Francesco d’Assisi, 1600, Palermo, già oratorio di San Lorenzo

Altobello Persio, Presepe in pietra policroma, Matera, Cattedrale, part della Sacra Famiglia e Angeli suonatori

Altobello Persio, Presepe in pietra policroma, Matera, Cattedrale, part della Sacra Famiglia e Angeli suonatori

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Michelangelo Merisi da Caravaggio, Madonna dei Pellegrini, olio su tela, 1604-1606, Roma, Basilica di Sant'Agostino in Campo Marzio

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Madonna dei Pellegrini, olio su tela, 1604-1606, Roma, Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio

Tutti questi aspetti che abbiamo fin qui analizzato nell’Adorazione dei pastori di Girolamo Todisco nella chiesa madre dell’Assunta di Laurenzana, insieme all’illusione prospettica della veduta delle montagne in lontananza, al basto saldamente tenuto sul dorso dell’asino, alla cesta colma di panni recata da una delle due pastorelle e alla bisaccia poggiata sul tronco dietro la mangiatoia che riscontriamo anche nella Natività eseguita da Giovanni Todisco nella serie di affreschi del 1559 commissionati dai coniugi Muccio e Guglielma Cagnone per la chiesa di Santa Maria ad Anzi di cui si è precedentemente parlato, proiettano l’episodio evangelico in una dimensione spirituale quotidiana ed accessibile, vicina “ad una spiritualità popolare semplice ed estranea agli artificiosi giochi intellettualistici della tradizione tardo manierista” (Mauro Vincenzo Fontana, Da Girolamo Todisco a Cesare Scerra. Ovvero gli “scricchiolii discreti” della pittura riformata a Laurenzana, in AA. VV., Laurenzana studi e ricerche, a cura di Elisa Canfora e Mauro Vincenzo Fontana, Claudio Grenzi Editore, 2018).

È dunque evidente in questo dipinto, che Girolamo Todisco abbia colto in pieno le novità pittoriche apportate dal Caravaggio nella storia della pittura italiana, le quali nei primi decenni del XVII sec., vennero importate dallo stesso Caravaggio a Napoli prima e a Messina successivamente, continuando la rivoluzione della tradizione pittorica italiana che fino a quel momento si era adeguata alle tendenze manieristiche della controriforma cattolica e che da quegli anni comincerà ad essere vista come una sorta di specchio della realtà vista nei suoi aspetti più intimi e veri.

Ancora una volta, la terra lucana svela dunque un altro dei suoi autentici tesori degni di nota, consentendo al pittore Girolamo Todisco di continuare a raccontare la sua storia, perché in ogni dipinto si cela la storia di un artista e del mondo in cui egli è vissuto, scrivendo ancora una affascinante pagina della storia artistica italiana.

Nelle opere di Altobello Persio e dei pittori Giovanni e Girolamo Todisco qui analizzate, abbiamo dunque il senso di una rappresentazione realistica della Natività, proiettata all’interno dell’ambiente lucano del quale vengono presentati usi e costumi in parte ancora oggi molto sentiti come ad esempio la tradizione musicale legata al suono delle zampogne, ancora oggi considerati simbolo per eccellenza del Natale nei territori del sud Italia.

 

 

 

 

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